Uno spiraglio sull’aldilà

Ognuno di noi, nel corso della sua esistenza, è destinato ad attraversare tre periodi fondamentali.
E tali periodi – pur essendo collegati tra di loro mediante istanti d’immancabile sofferenza – sono sempre poi stupendamente diversi, sia in merito al tempo che come forma di vita.
Intendo riferirmi alla gestazione, seguita da un periodo più o meno lungo di permanenza nel nostro pianeta; dove, all’interno dell’universo intero, avviene una seconda vera e propria gestazione. Ed infine al proseguimento nell’aldilà, che è avvolto dal mistero d’una dimensione eterna.
Possiamo, allora, anzitutto notare come questi tre stadi della nostra esistenza abbiano in comune il fatto di evolversi all’interno di un “qualcosa”: un corpo umano, l’universo, l’eternità.
Ed inoltre come il passaggio, tra uno stadio e l’altro, sia sempre caratterizzato dal dolore: il travaglio del “venire alla luce” e l’agonia della morte fisica.
Per di più – sulla base di quanto ci raccontano coloro, che hanno avuto modo di sperimentare la “pre-morte” – nel transito all’ultimo stadio v’è sempre la sensazione di muoversi in un tunnel, di cui s’intravede pure l’uscita dalla quale proviene un effluvio di grande serenità assieme a un indicibile bagliore.
Questi aspetti di evidente parallelismo, tra i vari stadi e passaggi della nostra esistenza, già sanno di stupefacente. E, di certo, non avvengono per caso; ma stanno a dimostrare un preciso disegno, la presenza di una volontà preordinatrice: in parole povere, una prova in più dell’esistenza di Dio.
Ciò che però ci può essere ancor più di conforto, è che la concretezza della successione di tali periodi – così diversi e pur così simili tra di loro – apre uno spiraglio di razionale visione sull’immortalità dell’anima e sulla sua conseguente esistenza in una possibile eterna felicità.
Uno spiraglio che, a mio avviso, l’eterno Padre è ben lieto di concederci; poiché è a perfetta conoscenza della nostra istintiva e permanente, anche se più o meno avvertita e profonda, paura della morte.
E – tale insopprimibile angoscia – perché siamo ormai troppo abituati al nostro mondo, per quanto non si possa certamente dire che stia sempre a dimostrarsi quale ambiente ideale; pregno appunto com’è di dolore, di frustrazione e persino di disperazione.
Ma, nonostante tutto ciò, di sicuro rimane comunque il fatto che noi siamo ancorati alla nostra “madre terra” in un modo assai simile a quand’eravamo aggrappati al grembo materno.
Infatti, se quand’eravamo a livello di embrione e feto avessimo potuto essere coscienti, non avremmo mai voluto lasciare “le comodità” del nostro primo ambiente o perlomeno avremmo avuto un gran timore al pensiero di dover tra non molto trasferirci in una dimensione a noi del tutto sconosciuta.
Ma una volta “pervenuti alla luce”, chi di noi sarebbe tornato e a tutt’oggi tornerebbe indietro?
Quale stupendo salto di qualità vivere in piena coscienza su questa terra!
La scoperta del tempo e dello spazio, lo sviluppo e l’esplicazione delle proprie innate capacità e anche l’enorme aumento della nostra autonomia: dal limite circoscritto e fortemente nebuloso di pochi centimetri agli splendidi orizzonti, nitidi e variopinti, per migliaia di chilometri; da una condizione di vita, tutto incoscienza e istintività, a un’esistenza in cui è possibile il pensiero e quindi pure la gioia della creatività e dell’affetto.
Eppure tutto ciò è quasi nulla, se paragonato all’ulteriore dimensione!
Nei duemila anni di cristianesimo ce ne hanno potuto rendere testimonianza in molti. E, primo fra tutti, san Paolo; ma raccontando come di un sogno e per di più in terza persona: “Conosco un credente, che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. Non so se egli vi fu portato fisicamente o solamente in spirito: Dio solo lo sa… Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere” (II Corinzi 12, 2-4).
Persone, dunque, che – cercando di esprimersi nel miglior modo possibile – ci hanno dato conferma (e, non di rado, coadiuvate pure dal sostegno di una loro diretta constatazione) in merito a una inimmaginabile esistenza nella dimensione dell’eternità; senza però, tutto sommato, riuscire a dirci null’altro in più… E come avrebbero potuto, infatti?
Pur sempre ammettendo che noi in condizioni fetali avessimo potuto ragionare, come avremmo potuto immaginare gli enormi spazi e le meravigliose varietà del mondo esterno?
Così, appunto e tanto più, in merito all’aldilà!
Dice ancora san Paolo: “Ora vediamo Dio in modo confuso come in un antico specchio; ma quel giorno, quando verrà ciò che è perfetto, lo vedremo faccia a faccia” (I Corinzi 13, 12).
E in quel “ciò che è perfetto” – se lo vogliamo – ci saremo anche noi, con un corpo nuovo in “nuovo cielo e nuova terra”.

Paolo Morandi

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One thought on “Uno spiraglio sull’aldilà

  1. E‘ vero, Paolo; valutando il passaggio dalla vita embrionale a quella dopo la nascita – grazie all’uso dell’analogia – possiamo orientarci nell’ulteriore passaggio da questa vita ad un’altra, diversa, “eterna“… Qui, infatti, dobbiamo riconoscere che con la ragione possiamo scorgere sin da adesso qualcosa d’importante; scoprendo, per esempio, l’immortalità di quella parte di noi che chiamiamo anima; anche seguendo gli stupendi ragionamenti di S.Tommaso D’Aquino, che è stato di sicuro un maestro in questo campo.
    Però noi siamo di un’altra epoca, per cui molti devono limitarsi a ricorrere a testimonianze di esperienze sensibili e materiali di pre-morte… Ma di sicuro queste testimonianze non possono essere paragonate all’autentico esperire di una ragione davvero aperta alla Fede; perciò, sono d’accordo con te quando menzioni l’esperienza di S. Paolo, che secondo me resta la migliore.
    Infatti è solo la Fede, che – come fossimo embrioni – ci pre-adatta alla vita dell’aldilà!

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