Il dovere di educare e “la correzione fraterna”

Il catechismo della Chiesa cattolica insegna che, tra le sette opere di misericordia spirituali, ci sono pure: “Insegnare agli ignoranti e ammonire i peccatori”… Oggi, però, quanti sono disposti ad ammettere di essere ignoranti o peccatori?
Oltre al relativismo morale, tipico di questi tempi, esiste infatti anche tutta una caduta di valori e una conseguente mentalità di permissivismo che non di rado viene messa in pratica pure da genitori, insegnanti, psicologi… E nonostante sia più che evidente la crisi generale – che già ormai da un certo tempo ha investito relazioni e comportamenti nella famiglia, nelle associazioni, nella Chiesa e quindi anche nella politica e nell’economia – quasi nessuno si sente in dovere di intervenire; anzitutto con l’esempio del proprio modus vivendi, ma pure con le parole sia a voce che scritte!
Pertanto, troppo di spesso, si finisce con il mascherare la paura dell’intervento e l’egoistica comodità di “farsi solo gli affari propri” con il “rispetto per la libertà decisionale altrui e il rispetto per i diversi”.
    Eppure, nella Bibbia, possiamo ben sempre ancora trovare scritto: “Tu hai il dovere di avvertire il malvagio, affinché cambi vita. Se non l’avverti, egli morirà per le sue colpe; ma, per me, tu sarai responsabile della sua morte” (Ez 33, 8).
   E io, per una prassi più volte personalmente collaudata, mi permetto infine di aggiungere che: “Se egli non ascolta il tuo avvertimento, non insistere; bensì – proprio anche per lui – fa’ ancor più del tuo meglio, per far rientrare ogni attimo della la tua esistenza in una perenne vita di preghiera”.

Paolo Morandi

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3 thoughts on “Il dovere di educare e “la correzione fraterna”

  1. Questo è “terreno” molto scivoloso e quindi cercherò di fare del mio meglio per non cadere facilmente in luoghi comuni.
    Personalmente credo che ogni uomo sia chiamato ad un percorso personale e per nulla semplice, scartare gli istinti di “fratello corpo” ed elevare la propria spiritualità.
    Non ricordo chi scrisse che una buona azione vale più di mille buone intenzioni.
    Ne consegue che, se si trova il tempo ed il modo di accorgersi dell’inciampo dell’altro, si corre il rischio di non prestare la giusta attenzione al proprio cammino; in più si rischierebbe di ergersi a giudice… E anche mi torna in mente una frase: “Non giudicare, se non vorrai essere giudicato”.
    La correzione fraterna, credo, prima che con i concetti bisognerebbe farla con l’esempio; ma personalmente sono talmente fragile che a malapena riesco a badare a me stesso… Ciò che posso donare, quando capita, è solo un sorriso o una parola di conforto.

    • Se il tuo intervento avviene magari anche con il sorriso – e, comunque, sempre per amore verità e per il bene del tuo prossimo – non si tratta mai di giudizio, bensì di edificante incitamento per l’abbandono di una deleteria situazione.

  2. Sì, Paolo, il tuo ultimo commento lo condivido moltissimo… Quando vedi un fratello o una sorella in errore occorre cercare, con carità (e non è per niente facile), di aiutare a correggersi. Se io fossi in errore lo chiederei anch’io e desidererei che venisse fatto con carità. Un abbraccio, Maurizio

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