Chi è il mio prossimo più prossimo?

“… e ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca 10, 27). Anzitutto, dunque, “come te stesso”; per cui, se non gestisci in modo opportuno sia la tua anima che il tuo corpo, risulta ovvio che ti trascuri e, allora, come potrai poi amare veramente il prossimo tuo?
Però in questo comandamento, dettatoci dallo stesso Gesù, le parole più importanti – ma, ciò nonostante, di norma maggiormente trascurate oltre che assai poco comprese – consistono proprio nel “prossimo tuo”…
Infatti, credo che ben pochi arrivino a rendersi conto che il prossimo più prossimo sia da La famigliaritrovarsi nella loro stessa famiglia. Una “cellula sociale”, in cui la regola di base dovrebbe sempre essere l’amore e quindi l’armonia: genitori, che per primi diano l’esempio tramite uno stile di vita intessuto di autentici valori – quali l’onestà, l’ordine, la capacità di sacrificio – e figli che, a loro volta, sappiano far proprio tale modus vivendi; da esercitare, pertanto, nella quotidianità dei loro rapporti sia con i genitori che tra loro stessi.
Ma quante sono queste famiglie? E quanti fratelli, invece, a malapena si sopportano o si ignorano pressoché del tutto?
Ecco dunque perché, particolarmente in questi ultimi anni, le famiglie sempre più si sfasciano e perché così tanti giovani risultano assai scarsi nella loro autentica capacità di amare…
Diceva il santo curato d’Ars: “Si giunge al vero amore, solamente quando si incomincia ad amare anche ciò che costa”.
E, per amare in siffatto modo, occorre un certo esempio e tanta pratica; da osservare ed eseguire, appunto, essenzialmente nella quotidianità della propria famiglia di origine.
Perché la capacità di amare non è una virtù innata, bensì acquisita; pertanto e ad esempio, un giovane che inizierà a frequentare la sua ragazza – se non cresciuto e “allenato” in modo corretto – finirà inevitabilmente con il provare per lei attrazione fisica ed anche alcuni determinati sentimenti positivi, ma di sicuro non vero amore (e idem, ovviamente, per la ragazza cresciuta nelle identiche condizioni).
A conferma di ciò abbiamo le attuali scelte comportamentali di molti giovani nel periodo del loro “fidanzamento”: un termine di proposito messo tra virgolette, poiché in gran parte considerato ormai del tutto obsoleto. Infatti – fin quasi da subito – non solo si dà il via ai rapporti prematrimoniali, ma non di rado si arriva ben presto anche alla convivenza; per poi di sovente giungere, al massimo dopo alcuni anni, alla fatidica frase: “L’amore non c’è più!”. Senza pensare, invece, che in realtà non c’è mai stato; e lo dimostra pure il fatto che, dopo un certo tempo, inevitabilmente si ricomincia con un altro partner
E questo, come è ovvio, capita soprattutto ai giovani di genitori separati. All’opposto, invece, i giovani con grande capacità di amare; perché cresciuti in famiglie ideali (v. santa Teresa Martìn o anche il recente Karol Wojtyla).
Giovani che hanno sempre ed inoltre avuto come edificante punto di riferimento soprattutto Colui, che – mentre la stragrande maggioranza del suo prossimo lo stava deridendo e persino crocifiggendo – trovò ancora la forza di amare, dicendo: “Padre perdona loro, perché non sanno ciò che fanno” (Luca 23, 34).
Paolo Morandi

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10 thoughts on “Chi è il mio prossimo più prossimo?

  1. Caro Paolo,
    le cose che scrivi sono molto vere e ci pensavo proprio ieri. Mi è meno difficile spendermi verso il prossimo che incontro per strada, nella comunità, nel lavoro. In realtà il prossimo con il quale faccio più fatica (ma mi fa crescere di più) è proprio la famiglia. Probabilmente lì il rapporto è più autentico, nel bene e nel male, e quindi essendo più vero, è facile che emergano le sfasature del nostro amore.
    Infatti gli ultimi sei anni della mia vita in famiglia sono stati difficili, eppure sono stati quelli che hanno affinato e mi hanno fatto crescere moltissimo nell’esercizio della carità e della fede. Poi ogni storia è un mondo a sé; quindi, sfasature complesse e articolate.
    Dissento solo su una cosa: indubbiamente la famiglia è la palestra di vita per i giovani, ma non è così scontato che a buona famiglia corrispondano sempre giovani ben indirizzati e viceversa. Oggi le pressioni, che ogni famiglia riceve dal mondo esterno, sono così forti… La famiglia è una cellula vitale della società, ma l’intera comunità spesso la riconosce poco e poco l’aiuta.
    Un grande abbraccio, Maurizio

  2. A proposito del tuo dissenso, in cui dici: “Ma non è così scontato che a buona famiglia corrispondano sempre giovani ben indirizzati”… Ti rispondo con una frase di san Giovanni Bosco, che di educazione giovanile se ne intendeva: “Fate del vostro meglio con i giovani, sia tramite gli esempi che con le parole; e, anche se poi qualcuno di loro deviasse dalla via giusta, prima o poi vi ritornerà. Perché tutto il bene, che avete loro dato, è come brace sotto la cenere. Le varie vicende della vita finiranno con il disperdere la cenere e la brace tornerà a fiammeggiare”.
    E ho anche potuto constatare la validità di tali parole, a causa di quanto riferitomi da un ragazzo… Aveva lasciato la sua famiglia, per andarsene alla “ventura” con alcuni compagni: vita di espedienti, musiche, balli e droghe leggere. Ma, ad un certo punto, ha pensato di ritornarsene a casa e riprendere gli studi.
    Alla mia domanda: “Cos’è che poi ti ha fatto decidere per il ritorno?”. Mi ha risposto: “Il ricordo del bene, che ricevevo dai miei genitori!”.

  3. Sì, caro Paolo, sono d’accordo; e la parabola del figliuol prodigo né è un classico esempio. Certo, noi cerchiamo di fare del nostro meglio e l’amore è in primo luogo ciò che a loro resta. Ma a volte, come il figliuol prodigo abbandona il padre e la madre, anche molti ragazzi si disperdono nei rivoli della vanità. In fondo anche loro devono fare le loro esperienze, anche negative.
    Il problema è che oggi non basta la famiglia. I segnali esterni sono spesso troppo devianti e per i genitori è durissimo riuscire a decodificarli. Don Bosco ha perfettamente ragione, ne sono convinto anch’io, ma occorre che anche la società in cui viviamo venga permeata da valori e soprattutto riconosca la famiglia come cellula fondamentale per l’educazione e la responsabilizzazione dei giovani.
    In questa epoca ciò non sta avvenendo, anzi i segnali vanno nel segno opposto. Quindi occorre guardare al prossimo della tua famiglia e allargare gli orizzonti nella società e nella comunità intera. La questione è anche sociale, economica e politica. Un grande abbraccio, Maurizio

    • Carissimo Maurizio,
      è più che evidente che ci troviamo a vivere in un tempo di crisi generale, dovuta anzitutto alla dispersione progressiva degli autentici valori dell’esistenza umana… Pertanto – come sempre – ognuno dovrebbe imparare a saper comportarsi, andando anche “contro corrente”: ritengo che questo sarebbe il miglior sistema per “allargare gli orizzonti nella comunità intera”.
      E, tanto per andare subito “contro corrente”, ti dico pure che non sono affatto d’accordo con l’attuale e assai diffuso luogo comune che afferma: “Anche i ragazzi devono fare le loro esperienze, comprese quelle negative”.
      Ma qui non posso dilungarmi oltre, perciò chiudo, contraccambiando il fraterno abbraccio, Paolo

  4. Appunto, Paolo, andare contro corrente anche nella realtà sociale, economica e politica. Quello che ci invita a fare Papa Francesco, ma che ci invitava a fare anche Giovanni XXXIII, nell’enciclica Pacem in terris.
    Non è poi un luogo comune il fatto che i ragazzi facciano anche delle esperienze negative; certo non lo auspico mai, perché non sono un autolesionista. Il problema è che le fanno e quindi siamo chiamati non solo ad insegnare, ma anche a cercare di sanare le ferite. Ne ho avuti cinque di figli e, pertanto, un poco di esperienza me la sono fatta.
    Un abbraccio, Maurizio

    • E va bene!… Pensavo di scriverti tramite posta elettronica; ma, poiché hai inviato un ulteriore commento, in via eccezionale continuo qui a cercare di spiegarmi meglio…
      Scimmie, pecore e molte altre specie di animali hanno un forte istinto di imitazione e ciò risulta assai utile per vari motivi. Ad esempio, per guidare meglio un gregge; poiché dove va una pecora seguono facilmente tutte le altre… L’essere umano, però, è dotato di ragione; e, pertanto, può e deve imparare a non seguire indiscriminatamente i comportamenti della maggioranza dei suoi simili.
      Ho constatato che se si insegna questo ai minorenni, fin da quando sono bambini, saranno in seguito molto più restii ad imitare i comportamenti errati dei loro compagni. Vedi quanto ora riporto a tal proposito…

      Esseri umani e non animali irrazionali!
      Quando all’inizio dell’anno scolastico, mi capitava una classe nuova, la prima cosa che insegnavo ai miei alunni era di imparare a comportarsi come singole persone; ossia a non seguire, senza ragionare, i comportamenti della maggioranza. E – per far bene comprendere quanto sia forte, anche negli esseri umani, l’istinto di imitazione – avevo inventato una certa scenetta: facevo così…
      Attendevo che qualcuno mi chiedesse il permesso di uscire per qualche minuto e, una volta uscito, facevo presente quanto sopra.
      Poi disponevo nove alunni in riga con le spalle al muro e li informavo che, al rientro del loro compagno, lo avrei sistemato al decimo posto senza dargli alcuna spiegazione. Quindi – appena ripresa la lezione – il primo della riga avrebbe dovuto battere la testa contro il muro, un colpo con la nuca e una volta sola; ma subito imitato dal secondo, poi dal terzo, e così via fino al nono… Mentre tutto ciò sarebbe accaduto, sia io stesso che il resto della classe non avremmo dovuto farci caso e gli alunni lungo il muro avrebbero dovuto rimanere seri… E’ quasi sempre accaduto che il decimo alunno – dopo essersi guardato in giro con perplessità, ma avendo constatato che tutto il resto continuava a procedere normalmente – finiva con il dare una testata contro il muro anche lui!

      P.S. E a proposito del figliol prodigo: se fossi stato suo padre, non avrei certo potuto impedirgli di andarsene; però,… non gli avrei dato la sua parte di eredità!

  5. La famiglia è il perno della vita sociale, economica e culturale. Se manca questa impalcatura crolla tutto. L’educazione familiare è il sistema operativo che ogni essere umano assume come bagaglio identitario, al di là della genitorialità cromosomica. Perciò, come afferma Papa Francesco “non di cristiani da salotto abbiamo bisogno, ma di testimoni”.
    Per cui, la compatezza familiare è un cemento che serve di rifugio e di sostegno. Ciascuno però deve responsabilmente assumere se stesso ed il prossimo. E qui entra in gioco la visione fondamentale della misericordia e del perdono. L’esempio deve sempre essere assecondato dalla premurosità misericordiosa di Cristo, che vede nel prossimo Gesù stesso redento. E’ ciò che determina e differenzia il cristiano autentico, dal soccoritore tipo “Ong“. Il figlio prodigo sbagliò, ma si ravvide; ed il padre non gli impedì di sbagliare, perché l’esempio gli era stato tramandato e andò oltre la percezione umana della limitatezza dei beni materiali che gli potevano non certo servire se non per rendersi conto della loro finitezza e vacuità.
    Perciò il vero testimone è colui, che col cuore misericordioso di Dio accetta anche la sofferenza, ma non pone limiti, neanche ai propri figli, perché c’è una libertà trascendentale fondamentale che Dio stesso ci riconosce ed in funzione della quale usiamo il libero arbitrio secondo il cuore, oppure no.
    Un saluto, Paolo.

  6. Carissimo Patrice!
    Non capisco bene quando dici: “Il padre non gli impedì di sbagliare, perché l’esempio gli era stato tramandato e andò oltre la percezione umana della limitatezza dei beni materiali”.
    Ovvio che non intendo parlare dei beni materiali, ma del dovere morale di impedire (nonostante il libero arbitrio e proprio per amore, oltre che per dovere morale) che una persona – tanto più se mio figlio – faccia o si faccia del male. Voglio dire che in certi casi diventa un dovere vero e proprio!
    Ti faccio dei pratici esempi: se mio figlio mi chiedesse del denaro per comprarsi della droga, io non glielo darei… E se una qualsiasi persona mi chiedesse di imprestargli la pistola – che potrei avere in casa – poiché so che se ne servirebbe per sparare alla sua fidanzata, anche in tal caso non gliela darei!
    Il libero arbitrio prevede di non imporre il bene, ma non vuol dire starsene zitti di fronte ad un male evidente e tanto meno contribuire in vari modi, diventandone quindi complice…
    Permettimi che aggiunga: “Cerchiamo di essere sempre il più possibile semplici e diretti (‘semplicemente dite: sì e no’ – Mt 5, 37), senza troppi sofisticati ragionamenti”. Un caro saluto, Paolo

    • Condivido ciò che scrivi, Paolo. Intendo – tuttavia – non un atteggiamento passivo, bensì un amorevole sostegno che non diventi egoistico impedimento nel fare le proprie scelte. Ti riferisco l’anedotto di un mio amico, che ha lasciato la docenza per costituirsi con la moglie casa famiglia. Tra i ragazzi che accudisce, qualcuno lo ha adottato. Ricordo che un giorno c’incontrammo parlando delle derive diseducative della scuola e del bullismo, arrivando ad argomentare sui “viaggi d’istruzione”. Senza entrare nei particolari, mi disse che – pur con rammarico – aveva iscritto il proprio figlio ad una gita in Toscana, ai tempi delle scuole medie, e che – anche se consapevole delle difficoltà di relazione per l’impostazione educativa cristiana ricevuta a confronto con gli altri ragazzi “parcheggiati” con carta bianca dai propri genitori – confidava nei valori trasmessi, perchè suo figlio adottivo sapesse cavarsela affermando la propria identità senza lasciarsi fagocitare dagli altri “moderni”.
      E’ solo un esempio che esprime meglio ciò che intendo quando affermo che il genitore non deve certo abbandonare il proprio figlio, ma nello stesso momento non mettergli un bavaglio. Perchè, appunto, ciascuno deve assumersi la responsabilità delle proprie gesta. Sicuramente, il genitore ha un ruolo di “consulente” perenne; ma certamente non può controllare la vita del proprio figlio, perchè essa è un dono e di certo il figlio non è di sua esclusiva proprietà. L’amore genitoriale non può trasformarsi in egoistico possesso.
      Spero, caro Paolo, di averti chiarito come la penso.
      Salutissimi

      • D’accordo sulla sostanza del tuo discordo (il mio si riferiva alla decisa opposizione nei confronti di gravi comportamenti o deleterie scelte decisionali). Contraccambio i salutissimi e grazie! Paolo

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