“… e nell’ora della nostra morte”.

Ogni donna, che diventa madre, è soggetta alle doglie del parto.
E in tale travaglio non soffre solamente lei, ma pure il nuovo essere umano che “viene alla luce”. Per quest’ultimo la sofferenza è inconscia, ma – ciò nonostante – reale e concreta, tanto è vero che il primo evidente segno di vita, di ogni neonato, è il pianto.
Madre e figlio, dunque, si trovano sempre accomunati nei dolorosi istanti necessari per la realizzazione del “lieto evento” e ciò – nella norma – non si limita poi solamente all’evento della nascita in senso fisico, ma comprende pure ogni altra possibile nascita successiva (intendendo, cioè, anche quelle spirituali). Rinascite, ossia rinnovate forme di vita, che inevitabilmente subiscono anch’esse un travaglio e non di rado anche ben più grave di quello fisico iniziale.
Pertanto, se lo può, la madre continua ad esserti accanto; partecipe ancora della sofferenza dei tuoi rinnovamenti e questo soprattutto per Maria, “Madre della Chiesa” e madre – quindi – di ognuno di noi.
Lo diventò totalmente e in piena consapevolezza, sotto la croce; quando – già trafitta da indicibili sofferenze per l’ineguagliabile partecipazione all’agonia del Figlio, condizione indispensabile di autentico travaglio per poter giungere sia alla redenzione che alla risurrezione dell’intera umanità – il Figlio stesso le procurò un ulteriore e particolarissimo travaglio spirituale chiedendole di prendersi cura degli altri figli, persino di quelli che in quel momento lo stavano crocifiggendo ed inoltre pure di quelli che anche in futuro avrebbero continuato a crocifiggerlo: “Mater misericordiae atque Refugium peccatorum”
E la Chiesa, nel comporre la preghiera dedicata alla Madre, ebbe quindi ben presto la felice ispirazione di ripeterle di continuo tale ultima richiesta di Gesù: esserci sempre vicino e immancabilmente condividere, perciò, con noi (come, a suo tempo, avvenne con Lui) ogni travaglio; compreso – dunque – anche quello definitivo, quello del passaggio nell’aldilà, “nell’ora della nostra morte”.

Paolo Morandi

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