Fedeltà umana e volontà divina

“Dio perdona i peccati di chi è fedele e leale” (Proverbi 16, 6).
Sconcerta non poco tale frase, perché come è possibile conciliare la fedeltà con le ripetute mancanze?
Per la natura umana infatti – che è “di cuore duro” o, tutt’al più, sempre relativamente misericordiosa – ogni forma di fedeltà viene inesorabilmente infranta o, perlomeno, assai sconvolta anche da una sola grave mancanza.
Ma per la Natura divina – ricca d’infinita misericordia – è invece possibile continuare a considerare la fedeltà di una sua creatura anche nonostante la recidività delle solite mancanze o, talvolta, sia pure nel caso di peccati assai gravi: “Lui ubbidiva ai miei comandamenti; mi è stato fedele e ha sempre fatto la mia volontà”  (I Re 14, 8);”…eccetto nel caso di Uria l’Ittita” (I Re 15, 5).  Dato che l’eterno Padre guarda sempre “al cuore” e, pertanto, applica una misura assai diversa dalla nostra in merito alla fedeltà umana. Una misura in cui ciò che conta è la costanza, spesso molto sofferta quanto pressoché immediata, del ritorno a Lui.
Per il Signore, allora, la vera infedeltà non scaturisce dalle ripetute mancanze più o meno gravi – dovute essenzialmente alla fragilità umana – e delle quali, chi le compie, per primo in fondo ne soffre sia nell’anima che nel corpo: “Sono abbattuto, ma anche da lontano mi ricordo di te” (Salmi 42, 7).
L’autentica infedeltà gli è invece quindi pienamente dimostrata da colui, che si ostina nello stato di peccato; senza, cioè, il benché minimo ripensamento in merito ad una possibile conversione: “Contrariamente al suo antenato Davide, il suo cuore si ribellò al Signore” (I Re 15, 3). Perché in tal caso si tratta – che lo si sappia o no – del peccato di idolatria: “Io mi sostituisco a Dio, facendo quel che mi pare e finché mi pare!”.
E ciò rientra pure nel più grave dei peccati, quello contro lo Spirito Santo: l’unico peccato che Dio non può perdonarti, proprio perché neppure tu lo vuoi.
Fu proprio – infatti – riferendosi praticamente a tali “incalliti peccatori” che la Madonna, a Fatima, disse: “Molti vanno all’Inferno perché nessuno prega per loro”.
E allora preghiamo!… E per quanto difettosi nella nostra fedeltà (ma ben poco fedeli si consideravano peraltro persino anime indubbiamente sante quali san Francesco, santa Teresa d’Avila, santa Teresa di Lisieux, san Pio da Pietrelcina) dimostriamola comunque, all’eterno e buon Signore, anche col regolare ricorso al sacramento della riconciliazione.
Nella certezza che ogni nostra confessione può contribuire, quale efficacissima preghiera, anche alla conversione dei nostri fratelli più lontani. E col risultato, inoltre, di divenire così – tutti noi, poveri peccatori – parte vitale, attiva e concreta, della stessa divina misericordia; che ancora oggi ci ripete: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ezechiele 33, 11).

Paolo Morandi

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