Nella preghiera il segreto della felicità

La felicità è certamente possibile anche in questo mondo: benessere spirituale e materiale, sapienza, potenza, ma… occorre saper essere “poveri di fronte a Dio” (Matteo 5, 3), poveri nello spirito; occorre aver fede e perciò lasciar fare soprattutto a Lui.
Allora, se Egli pensa che sarà bene per te, ti darà parte di tali ricchezze o anche tutto. Infatti: “Cercate piuttosto il regno di Dio, e Dio vi darà tutto il resto” (Luca 12, 31).
E in tale “tutto” c’è di certo anche la particolare realizzazione della tua sessualità, però… sempre come Dio stesso l’ha progettata per te.
Ciò che, dunque, è sicuro – e a dimostrarlo sta pure la vita di un qualunque santo – è che vivendo nella preghiera, vivendo con il Signore, la felicità è garantita; persino nella sofferenza!
Perché poi che cos’è, in fondo, la sofferenza se non la constatazione dell’umana debolezza? E, particolarmente per chiunque decida d’intraprendere la strada della santità, ripetute ed umilianti esperienze stanno sempre “dietro l’angolo” per fargli ben constatare la grande precarietà d’ogni intento umano…
Ma la potenza di Dio può esprimersi nella sua più completa magnificenza proprio attraverso la nostra fragilità a Lui offerta: perenne cumulo più o meno grave di nostre miserie, che comunque sa essergli anche gradito; perché nell’offerta è come se quotidianamente venisse bruciato e trasformato in profumo di incenso che sale al Cielo, la cui immediata risposta consiste in una immancabile pioggia di doni dello Spirito Santo.
E più ci riconosciamo infermi e miserabili, più nel contempo riusciremo a comprendere (anche a causa della mancanza di una alternativa, di norma, già personalmente  constatata) che solo in Dio potremo sempre trovare la nostra vera forza!
Pertanto in tutta umiltà ci ritroviamo, necessariamente e pressoché di continuo, a chiedergliela; nella consolante certezza che – considerando le nostre condizioni assai precarie, congiunte per di più ad una disposizione d’animo ottimale – Egli davvero “non potrà” mai negarcela…
Anche per questo, perciò, san Paolo poteva ben dire: “Mi vanto volentieri della mia debolezza” (II Corinzi 12, 9). E persino aggiungendo: “Quando sono debole, allora sono veramente forte” (II Corinzi 12, 10).
Ed ecco, allora, come addirittura proprio tramite la sofferenza – per quanto di norma causata dalle nostre o altrui “debolezze”, ma ciò nonostante sempre offerta al Signore – possiamo riuscire a vivere in Dio nel migliore dei modi; e la nostra preghiera riesce così ad ottenere l’effetto di divenire un’autentica calamita di grazia: immancabilmente attira, promuove, l’intervento divino per riportare l’umanità al bene e quindi alla gioia. I tempi, però, li stabilisce l’eterno Padre…
Ma comunque, da ogni forma di costante preghiera, sortisce sicuramente – e in tempi sempre assai brevi – perlomeno il personale beneficio di una profonda pace interiore ed anche di un certo concreto benessere, dato che mediante la preghiera ti affidi al Signore ed Egli (ancor più di noi stessi) desidera anzitutto un’esistenza il più possibile felice per le sue creature: “Il Signore mi conduce verso i beni della vita” (Salmo 22).

 Paolo Morandi
Da: “Felice sessualità nella vita cristiana” (pubblicato da Youcanprint nel dicembre 2013).

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