Ci ha voluto figli suoi

In ogni santa Messa si dà inizio al Sanctus con queste parole: “Santo-Santo-Santo è il Signore, Dio dell’universo”.
Ma ci rendiamo veramente conto di ciò che viene detto? Penso proprio di no! Siamo troppo piccoli per poter comprendere la grandezza di tale affermazione e pertanto, solamente soffermandoci a meditare un po’, possiamo incominciare a capirne qualcosa…
Gli scienziati affermano che nell’universo vi sono miliardi di galassie e che ogni galassia è composta da miliardi di stelle. Inoltre è ormai piuttosto risaputo che la stella a noi più vicina – a parte il Sole – è Alpha Centauri, la quale si trova a una distanza di quattro anni luce (e non dimentichiamo che la luce ”viaggia” a trecentomila chilometri al secondo).
Per rendere un’idea più precisa della velocità della luce, pensiamo che in poco più di un secondo può arrivare sulla Luna o fare quasi otto volte l’intero giro del nostro pianeta. E la vastità dell’universo è stata calcolata in ben quattordici miliardi di anni luce!
La nostra mente – per quanto meravigliosa – non può contenere simili dati, può però intuirli: possiamo così comprendere quanto la Terra sia piccola nell’universo (un granello di sabbia) e noi estremamente più piccoli, dei microbi.
Tali considerazioni ci offrono indubbiamente una bella lezione di umiltà; poiché stanno, tutto sommato, a dimostrarci la nostra infima limitatezza sia nel tempo che nello spazio. E la vanità – pertanto – di una qualsiasi azione ed emozione degli esseri umani, se abbandonati a se stessi.
Ed infine, se vogliamo confrontarci anche con Dio, l’essere umano di fronte al suo Creatore è davvero meno di un granello di sabbia di fronte all’universo intero; perché sia il granello che l’universo sono realtà comunque limitate, ben definite, mentre il “Dio dell’universo” è illimitato.
Eppure, il Signore dell’intero Creato è sceso su questo “granello”;… e si è lasciato uccidere da questi “microbi”!
E l’ha fatto per amore, per poter così donare loro almeno una parte della sua grandezza: per poterci elevare alla dignità, alla potenza e alla gioia infinita, dei figli di Dio; per renderci, quindi e in definitiva, per sempre déi.

Paolo Morandi

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Imparare ad accettare la sofferenza

Voglio imparare ad accettare la sofferenza con amore e gioia; perché accettare ogni forma di dolore, è abbracciare Gesù, che soffre: quando era su questa terra e vedeva tanto male, quand’era nell’Orto degli Ulivi, quand’era sul Calvario.
Lo puoi abbracciare, consolare, ora per allora; poiché per l’Eterno il tempo non esiste.
Accettare la sofferenza è anche “completare nel proprio corpo ciò che manca alla passione di Cristo” (Colossesi 1, 24): continui perciò l’opera di redenzione da Lui iniziata, ma non del tutto terminata proprio perché Dio vuole fartene compartecipe, co-redentore; e renderti così meritorio di premio perenne sia per te stesso come, almeno in parte, per ogni altro singolo componente dell’umanità di tutti i tempi.
E’ sempre la croce, pertanto, che salva: sia dalla dannazione che dal peccato! Solo la croce, infatti, possiede il potere di convertire il male in bene.
Persino la ripetuta offerta della sofferenza, provocata dal saltuario ricordo dei tuoi peccati, come pure – anche se in tono minore – dalla pressoché continua constatazione dei tuoi difetti, viene sempre accettata dall’Onnipotente quale autentico atto d’amore; diviene, cioè, preghiera preziosa e mezzo quindi di santificazione.
Ed inoltre, chi riesce ad accogliere con amore la sua croce quotidiana e a non volersene perciò più staccare (anche perché finisce poi col sentirne veramente “il giogo dolce e il carico leggero”), non peccherà mai in modo grave: i peccati non potranno uccidere la grazia di Dio in lui; proprio come i morsi dei serpenti velenosi dell’Esodo non poterono uccidere quegli ebrei, che riuscivano a guardare il serpente di bronzo innalzato su un palo.
Il segno concreto del massimo aiuto della misericordia divina è, dunque, proprio la croce: lì, dove Dio ebbe un tale cuore per le miserie umane che finì per addossarsele tutte, pagarne un prezzo infinito e subito riceverne in cambio il cuore stesso trafitto.
Ma intanto la croce è divenuta “l’albero della Vita”; perché ormai destinata ad essere immancabilmente trasformata in risurrezione, in luce, in fonte di gioia: vita gioiosa da qui all’eternità.
“Desidero che, anche per voi, la croce sia gioia” – ci dice, infatti, la Madonna di Medjugorje…
Voglio pertanto imparare ad accettare la sofferenza con amore e gioia sempre maggiori! E continuerò quindi a pregare e a chiedere preghiere a tal fine; poiché il mistero della croce, la grazia d’innamorarsi della sofferenza, si può infine ottenere, vivere e capire, solo con la costanza nella preghiera.

Paolo Morandi

Nella preghiera il segreto della felicità

La felicità è certamente possibile anche in questo mondo: benessere spirituale e materiale, sapienza, potenza, ma… occorre saper essere “poveri di fronte a Dio” (Matteo 5, 3), poveri nello spirito; occorre aver fede e perciò lasciar fare soprattutto a Lui.
Allora, se Egli pensa che sarà bene per te, ti darà parte di tali ricchezze o anche tutto. Infatti: “Cercate piuttosto il regno di Dio, e Dio vi darà tutto il resto” (Luca 12, 31).
E in tale “tutto” c’è di certo anche la particolare realizzazione della tua sessualità, però… sempre come Dio stesso l’ha progettata per te.
Ciò che, dunque, è sicuro – e a dimostrarlo sta pure la vita di un qualunque santo – è che vivendo nella preghiera, vivendo con il Signore, la felicità è garantita; persino nella sofferenza!
Perché poi che cos’è, in fondo, la sofferenza se non la constatazione dell’umana debolezza? E, particolarmente per chiunque decida d’intraprendere la strada della santità, ripetute ed umilianti esperienze stanno sempre “dietro l’angolo” per fargli ben constatare la grande precarietà d’ogni intento umano…
Ma la potenza di Dio può esprimersi nella sua più completa magnificenza proprio attraverso la nostra fragilità a Lui offerta: perenne cumulo più o meno grave di nostre miserie, che comunque sa essergli anche gradito; perché nell’offerta è come se quotidianamente venisse bruciato e trasformato in profumo di incenso che sale al Cielo, la cui immediata risposta consiste in una immancabile pioggia di doni dello Spirito Santo.
E più ci riconosciamo infermi e miserabili, più nel contempo riusciremo a comprendere (anche a causa della mancanza di una alternativa, di norma, già personalmente  constatata) che solo in Dio potremo sempre trovare la nostra vera forza!
Pertanto in tutta umiltà ci ritroviamo, necessariamente e pressoché di continuo, a chiedergliela; nella consolante certezza che – considerando le nostre condizioni assai precarie, congiunte per di più ad una disposizione d’animo ottimale – Egli davvero “non potrà” mai negarcela…
Anche per questo, perciò, san Paolo poteva ben dire: “Mi vanto volentieri della mia debolezza” (II Corinzi 12, 9). E persino aggiungendo: “Quando sono debole, allora sono veramente forte” (II Corinzi 12, 10).
Ed ecco, allora, come addirittura proprio tramite la sofferenza – per quanto di norma causata dalle nostre o altrui “debolezze”, ma ciò nonostante sempre offerta al Signore – possiamo riuscire a vivere in Dio nel migliore dei modi; e la nostra preghiera riesce così ad ottenere l’effetto di divenire un’autentica calamita di grazia: immancabilmente attira, promuove, l’intervento divino per riportare l’umanità al bene e quindi alla gioia. I tempi, però, li stabilisce l’eterno Padre…
Ma comunque, da ogni forma di costante preghiera, sortisce sicuramente – e in tempi sempre assai brevi – perlomeno il personale beneficio di una profonda pace interiore ed anche di un certo concreto benessere, dato che mediante la preghiera ti affidi al Signore ed Egli (ancor più di noi stessi) desidera anzitutto un’esistenza il più possibile felice per le sue creature: “Il Signore mi conduce verso i beni della vita” (Salmo 22).

 Paolo Morandi
Da: “Felice sessualità nella vita cristiana” (pubblicato da Youcanprint nel dicembre 2013).

Fedeltà umana e volontà divina

“Dio perdona i peccati di chi è fedele e leale” (Proverbi 16, 6).
Sconcerta non poco tale frase, perché come è possibile conciliare la fedeltà con le ripetute mancanze?
Per la natura umana infatti – che è “di cuore duro” o, tutt’al più, sempre relativamente misericordiosa – ogni forma di fedeltà viene inesorabilmente infranta o, perlomeno, assai sconvolta anche da una sola grave mancanza.
Ma per la Natura divina – ricca d’infinita misericordia – è invece possibile continuare a considerare la fedeltà di una sua creatura anche nonostante la recidività delle solite mancanze o, talvolta, sia pure nel caso di peccati assai gravi: “Lui ubbidiva ai miei comandamenti; mi è stato fedele e ha sempre fatto la mia volontà”  (I Re 14, 8);”…eccetto nel caso di Uria l’Ittita” (I Re 15, 5).  Dato che l’eterno Padre guarda sempre “al cuore” e, pertanto, applica una misura assai diversa dalla nostra in merito alla fedeltà umana. Una misura in cui ciò che conta è la costanza, spesso molto sofferta quanto pressoché immediata, del ritorno a Lui.
Per il Signore, allora, la vera infedeltà non scaturisce dalle ripetute mancanze più o meno gravi – dovute essenzialmente alla fragilità umana – e delle quali, chi le compie, per primo in fondo ne soffre sia nell’anima che nel corpo: “Sono abbattuto, ma anche da lontano mi ricordo di te” (Salmi 42, 7).
L’autentica infedeltà gli è invece quindi pienamente dimostrata da colui, che si ostina nello stato di peccato; senza, cioè, il benché minimo ripensamento in merito ad una possibile conversione: “Contrariamente al suo antenato Davide, il suo cuore si ribellò al Signore” (I Re 15, 3). Perché in tal caso si tratta – che lo si sappia o no – del peccato di idolatria: “Io mi sostituisco a Dio, facendo quel che mi pare e finché mi pare!”.
E ciò rientra pure nel più grave dei peccati, quello contro lo Spirito Santo: l’unico peccato che Dio non può perdonarti, proprio perché neppure tu lo vuoi.
Fu proprio – infatti – riferendosi praticamente a tali “incalliti peccatori” che la Madonna, a Fatima, disse: “Molti vanno all’Inferno perché nessuno prega per loro”.
E allora preghiamo!… E per quanto difettosi nella nostra fedeltà (ma ben poco fedeli si consideravano peraltro persino anime indubbiamente sante quali san Francesco, santa Teresa d’Avila, santa Teresa di Lisieux, san Pio da Pietrelcina) dimostriamola comunque, all’eterno e buon Signore, anche col regolare ricorso al sacramento della riconciliazione.
Nella certezza che ogni nostra confessione può contribuire, quale efficacissima preghiera, anche alla conversione dei nostri fratelli più lontani. E col risultato, inoltre, di divenire così – tutti noi, poveri peccatori – parte vitale, attiva e concreta, della stessa divina misericordia; che ancora oggi ci ripete: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ezechiele 33, 11).

Paolo Morandi

Famiglie in cordata

Qui da noi, in Italia, negli ultimi vent’anni i matrimoni – religiosi o civili che siano – sono complessivamente diminuiti del 25%, mentre come non mai sono aumentate le convivenze; le nascite sono diminuite del 45%; quattro milioni di anziani vivono da soli e a questi ultimi dobbiamo aggiungere più di tre milioni di single, la maggior parte per libera scelta, tra i trentacinque e i quarantacinque anni.
E nel resto d’Europa, come pure nel continente americano ed anche in quello australiano, la situazione è nel suo complesso ancora più grave (fatta eccezione per il numero delle nascite ovunque maggiore rispetto al nostro).
Possiamo, dunque, ampiamente constatare che la famiglia è da tempo entrata davvero in crisi e – con tanti nuclei familiari ormai allo sbando – l’intera comunità si trova non poco a soffrirne. Infatti disgregare l’istituzione familiare, significa colpire dritto al cuore della società, procurandole una serie di infarti, che poi trovano per ogni dove la loro logica e nociva ripercussione…
Fondamentale, in tale processo di generale deterioramento, la legalizzazione – ormai da molti anni vigente – delle separazioni, dei divorzi ed infine anche degli aborti (con relativa esautorazione del partner maschile, pur se padre riconosciuto e legittimo consorte): tutta una perniciosa legislazione, che ha gravemente mortificato valori quali il reciproco servizio, la fedeltà, la pazienza, la costanza, il perdono; per esaltare invece – in nome del diritto alla libertà decisionale – autentici pseudovalori, poiché ricolmi di egoismo, di narcisismo, di edonismo.
E in un siffatto contesto non sono pochi coloro che ora si trovano, sia pur controvoglia, separati o divorziati: persone che assai spesso finiscono emarginate alla svelta, costrette di punto in bianco a vivere da sole e non di rado con la bruciante realtà di una intera famiglia sfasciata; in cui, oltretutto, di sovente capita che sia proprio la donna (un tempo, di norma, appassionata “custode del focolare”) la più restia – anche, appunto, proprio “per principio” – in merito ad una eventuale riconciliazione.
  Ma il credente sa che il matrimonio di fronte a Dio rimane, sempre e comunque, valido; e che pertanto ogni coppia, unitasi con rito religioso, viene di fatto a trovarsi come in tandem o in cordata (e di ciò ne è immancabilmente avvantaggiato pure ogni altro eventuale componente della famiglia).
Ne risulta che se uno dei coniugi fa del suo meglio per arrivare in Paradiso, difficilmente non arriverà pure l’altro; e questo vale – sempre ancora – anche per i figli, ai quali al giorno d’oggi non di rado capita che con relativa disinvoltura si distacchino sia dalla Chiesa e sia dal primordiale nucleo famigliare o addirittura pure dalla loro stessa nuova famiglia.
Noi, però, possediamo anche il conforto della certezza che mai si perdono coloro che si amano; purché – per l’appunto – sempre si cerchino tramite Colui, che (volendo) mai si può perdere!
Sforziamoci, allora, di pensare più di spesso “alle cose di lassù” e così infine potremo anche e comunque rallegrarci; poiché in tal caso già sappiamo che, nonostante tutto, “i nostri nomi sono scritti in cielo” (Luca 10, 20).

Paolo Morandi

Fratello Gesù

Ecco una stupenda realtà, che – per quanto la nostra religione ben ci insegna – noi di norma ignoriamo o alla quale, comunque, rivolgiamo davvero raramente il nostro pensiero: Dio, in Gesù, è anche nostro fratello!
“Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio…”.
Ed inoltre, però, teniamo pure ben presente che – nonostante tale Figlio sia stato l’unico ad essere “generato, non creato, della stessa sostanza del Padre”, mentre tutti noi fummo “solo e semplicemente” creati – rimane comunque il fatto che il “Padre Nostro” sia l’unico e autentico padre di tutti noi; e Gesù Cristo, pertanto, anche nostro vero fratello.
Del resto, Gesù stesso lo affermò più volte; come pure quando disse a Maria di Màgdala: “Va’ e di’ ai miei fratelli che io torno al Padre mio e vostro, …” (Giovanni 20, 17).
Ma purtroppo la stragrande parte dell’umanità è così ottusa nei confronti dei misteri e doni divini, da sottovalutare quasi sempre anche l’immensità di un simile prodigio… Eppure chiunque si sentirebbe lusingato e onorato di poter appartenere ad una stirpe reale: fratello di un qualsiasi re di questo minuscolo pianeta. Ma nell’essere fratello di Gesù, re dell’Universo intero, si sorvola!
Però possiamo avere un ottimo sistema per progressivamente avvicinarci alla considerazione e comprensione del “fratello Gesù”: impegnarci ad osservare i suoi comandamenti, cioè “amare Dio e il prossimo”.
I due comandamenti che “riassumono tutta la legge e i profeti”, e in tal modo essergli sempre accanto.
Fino al punto da potergli anche spesso e persino affettuosamente dire: “Fratello Gesù, con te sempre di più!”.

Paolo Morandi

“Mi strappa dalla fossa della morte” (Salmi 103, 4)

“Ciò che eravamo prima, è stato crocifisso con Cristo per distruggere la nostra natura peccaminosa e liberarci dal peccato. Pertanto consideratevi ora morti nei confronti del peccato, ma del tutto viventi per Dio con Cristo Gesù” (Rm 6, 6-11).
Ogni peccato non solo è sempre un male, ma – soprattutto se grave e continuo – inevitabilmente conduce, oltre che all’immediata morte spirituale, pure a quella fisica. Quanti ogni giorno infatti muoiono per omicidi, suicidi, droghe e vizi vari!…
Il Signore, comunque, di certo “non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 18, 23).
Ed è dunque proprio per questo che ci ha inviato il Figlio suo, il quale ci ha anzitutto redenti, ma ci ha anche offerto la possibilità di vivere costantemente per Lui – con Lui – in Lui tramite l’istituzione del Sacramenti.
Ogni umana creatura, però, risulta assai limitata nella comprensione di tali doni e misteri divini: tutta presa dalle concrete contingenze della propria esistenza tende quasi sempre, con grande facilità e autentica incoscienza, ad ignorare ciò che ogni religione – e, in particolare, la nostra – meravigliosamente le concede.
E allora ci è proprio indispensabile iniziare a mettere davvero in pratica le parole del Vangelo: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13, 17).
Ossia inoltrarsi con decisione per “la via stretta”, una via non certo facile, ma l’unica che in questa “valle di lacrime” può offrire grandi consolazioni e gioia pressoché perenne. Ed infine, considerando però la nostra comune scarsità di fede, possiamo concludere anche con queste semplici e umanissime parole: “Almeno provare, per meglio poi di continuo credere!”.

Paolo Morandi